Archivi categoria: cinema

Il treno per il Darjeeling

Locandina filmIndecisa tra Gomorra e Sangue Pazzo, nella piovosa domenica di ieri, ho optato per l’outsider Il treno per il Darjeeling. Ed ho fatto bene perché il film merita e stra-mertita. Sorprende sin dall’inizio con un corto “da trasmettere prima del film” (Hotel Chevalier) e che consente di capire una serie di battute e riferimenti che si incontrano poi durante il film, facilmente classificabile anche come “road movie”. I tre protagonisti sono perfetti nei ruoli e si calano perfettamente nei panni di questi tre sgangherati fratelli Whitman divisi da sempre e che durante questo viaggio in India, che Owen Wilson cerca in tutti i modi di rendere “spirituale” (quasi come se andando in India per forza si debba fare un viaggio spirituale), si ritrovano e scoprono che possono fidarsi l’uno dell’altro e soprattutto possono “abbandonare” il passato che è stato probabilmente la causa della loro separazione. Il regista è Wes Anderson, i tre attori principali sono Owen Wilson (che recita senza bende sul viso in sole due scene), Adrien Brody, Jason Shwartzman (che è il protagonista del sopra citato corto Hotel Chevalier) e la storia è impreziosita da alcuni camei di Natalie Portman (nel corto e poi solo in una inquadratura nel film), Bill Murray e Anjelica Huston.

Degni di nota anche i dialoghi italiani che hanno seguito perfettamente le situazioni (come sempre sarebbe bello poterlo vedere in lingua originale per verificarne quanto sia stata accurata l’interpretazione). La battuta nel corto tra Natalie Portman e Jason Shwartzman rappresenta, a mio avviso, la sintesi estrema del mondo femminile e maschile:

“Se scopiamo stasera, domani mi sentirò una merda” – dice Natalie Portman

“Per me va bene” – risponde Jason Shwartzman/Jack Whitman J J J

 

Mi spiace deludere chi si aspettava un post sulla mia vacanza a New York ma raccontare New York in un post per chi ha uno scarso senso della sintesi come me è praticamente impossibile. Quindi non so se riuscirò mai a scrivere qualche cosa su questa città: posso dire senz’altro che almeno una volta nella vita si deve vedere. Per me, sulla carta, questa è stata la seconda volta a NY ma è come se fosse stata la prima perché il primo viaggio a NY risale all’ormai lontano 1987 ed è stata una visita di un giorno (di cui mi ricordo solo la visita alle Twin Towers – e per conservarmi quel ricordo intatto ho deciso di non andare a vedere Ground Zero). Intanto si possono vedere le foto che forse parlano di più di mille parole.

 

 

 

 

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in 1, cinema

CAOS CALM….A PIATTA

Caos Calmo è stato in realtà è stato un ripiego dell’ultimo minuto perché l’Anteo ha deciso di relegare la proiezione di Cous Cous in Sala 50 che vuol dire sala da 50 posti e che vuol dire che si riempie immediatamente!! Benchè tutto nel film tratto dal romanzo di Sandro Veronesi parta da una tragedia di quelle di proporzioni enormi, il film non è in grado di travolgere e/o di sconvolgere. Non c’è un momento di commozione collettiva durante la pellicola. Riconosco che la tragedia è un pretesto per giustificare la trama del film che vede come protagonista la scelta di quest’uomo che, ritrovandosi improvvisamente vedovo, decide di staccare la spina e sostare su una panchina davanti alla scuola della figlia. Ovviamente questo aspetto è del tutto irreale o per lo meno poco realistico a mio avviso. Chiunque sia stato colpito da un lutto di un parente così prossimo sa perfettamente che in quelle circostanze ci sono talmente tante incombenze che, volenti o nolenti, si è costretti ad affrontare che nessuno di noi penso abbia potuto permettersi il lusso di decidere di spostare il proprio “baricentro” su una panchina. Ad ogni modo un aspetto interessante emerge dal film di Grimaldi: la “pazzia” dei personaggi che ruotano intorno a Moretti/Pietro. Apparentemente sembra che sia lui “a dar fuori di matto” lasciandosi andare sulla panchina dei giardinetti, ma in realtà si scopre, poco alla volta, attraverso le visite, che sono gli altri i “pazzi”. A partire dalla cognata (Valeria Golino), al collega responsabile delle risorse umane (un sempre bravissimo Silvio Orlando che, cattolico convinto, come gesto estremo decide di scrivere una lettera all’azienda con bestemmia “incorporata”), all’amico/collega francese che in occasione di una fusione aziendale perde il posto di lavoro (per scoprire poi che il francese è sposato con una psicopatica che gli dice di ficcarsi i maccheroni su “per il biiiip”, per poi dire con lo stesso serafico tono “buon appetito”). A mio avviso, questo è l’aspetto interessante del film: far emergere la follia, la rabbia, il rancore, l’esasperazione delle persone “normali”. In realtà l’esasperato, e quindi quello teoricamente giustificato a perdere le staffe, dovrebbe essere Moretti/Pietro. Ma lui decide di “separarsi” dal mondo che lo circonda sedendo sulla panchina e ricostruendosi un mondo nel giardinetto di fronte alla scuola della figlia e alla fine si ritrova, suo malgrado, ad ascoltare, assecondare i problemi di tutte le persone che compongono il suo entourage. Queste persone sanno che lui è lì, sanno dove andare e da chi andare a sfogarsi delle proprie frustrazioni. C’è una sorta di sollievo in queste persone che sanno che andando ai giardinetti incontreranno una persona amica che li ascolterà. Tutti si recano da Pietro con l’intento iniziale di consolarlo per la morte della moglie ma poi alla fine sono loro che si sfogano con lui dei propri problemi. E devo dire che in questo senso “tutto torna”: a volte si parte con il buon proposito di essere di conforto agli altri e ci si ritrova a parlare di noi stessi. Il dolore della scomparsa della moglie e madre è quasi del tutto secondario rispetto alla vita che continua nonostante la tragedia. Anche la bambina dimostra una maturità del tutto inaspettata per la sua età e non c’è una scena in cui, dopo i funerali, pianga, faccia domande sulla mamma o dimostri un cenno di debolezza. Naturalmente è un’interpretazione personale dei fatti: ma anche questo è il bello del cinema. Riuscire a cogliere un aspetto che forse è a 10 milioni di anni luce dal messaggio che voleva dare il regista, lo sceneggiatore….ma se il cinema è magia (e lo è!), penso che questa magia possa contemplare questo tipo di interpretazioni personali. Naturalmente l’ormai celebre scena di sesso tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari ha scatenato i mormorii della platea. Io ne avevo già letto in ogni dove e quindi ero da un lato preparata, dall’altro però ho rilevato che accade in modo del tutto improvviso all’interno del film. Quando i due si cimentano nella performance il film è già abbondantemente avviato e personalmente me ne ero anche dimenticata che doveva esserci prima o poi quella scena. E comunque anche quest’ultima non riesce ad essere coinvolgente. Se proprio vogliamo scadere nel banale (lo so non ce ne sarebbe bisogno ma perché auto-censurarsi?) allora preferirei spendere quelle due/quattro…cento parole sull’avvenenza di Alessandro Gassman: posso? Avete tempo? Bene! Allora partiamo dagli occhi….. J

1 Commento

Archiviato in cinema